Dott.ssa Erika Debelli

Lo studio dello psicologo non è un semplice spazio fisico definito da pareti e arredi: racchiude in sé una dimensione molto più profonda. È un luogo simbolico, custode di vissuti, relazioni e trasformazioni cliniche. Esso è estensione fisica della mente dello psicoterapeuta, luogo che accoglie e co-costruisce l’esperienza clinica. Secondo Pellizzari (2002), lo studio si configura come un vero e proprio territorio dell’anima:

“Le case e le stanze in cui viviamo diventano depositarie dei nostri affetti e della nostra memoria. Diventano luoghi della nostra interiorità, territorio della nostra anima. […] Le tende dei nomadi sono l’incarnazione del loro spirito. Così il nostro studio. Pensiamo per un momento alla bottega dell’artigiano, all’antro dell’alchimista, al laboratorio improvvisato dei ragazzi di via Panisperna, all’atelier dell’artista. Nel loro affascinante disordine, sono luoghi dell’anima, luoghi per eccellenza, luoghi fatti per pensare. E pensiamo per opposizione a certi luoghi anonimi, asettici, freddi, «professionali». Luoghi di passaggio, dove non è possibile né desiderabile soggiornare. Luoghi disabitati dal pensiero.” (Pellizzari, 2002)

Affinché questo luogo rimanga un luogo abitato dal pensiero e fatto per pensare, è necessario che il terapeuta assuma il compito etico e metodologico di proteggerlo, coltivando attivamente una disposizione mentale recettiva, facendosi custode di uno spazio fisico e mentale stabile in cui l’impensabile possa trovare cittadinanza, dove il dolore grezzo, il trauma e le parole mai pronunciate possano finalmente emergere, in una dialettica costante tra questi contenuti e un contenitore che tiene, accoglie, trasforma. È necessario che strutturi il setting.

Il setting è una cornice fisica e mentale progettata per ospitare e proteggere la relazione di cura.

Come teorizzato da Jose Bleger (1967), questa cornice deve mantenersi stabile, «né ambigua, né variabile, né alterata». È proprio l’immutabilità del setting – intesa come l’insieme delle costanti metodologiche, economiche e di spazio-tempo – a permettere al terapeuta di osservare e analizzare i movimenti psichici del paziente.

Solo quando la cornice è stabile (il non-processo), diventa possibile esaminare ciò che al suo interno si modifica e si trasforma, diventa cioè possibile esaminare il processo clinico (Etchegoyen, 1986).

Per usare una metafora, è simile a ciò che accade al cinema quando in sala si fa buio: solo in quel momento si creano le precondizioni fondamentali affinché lo spettatore possa immergersi completamente e dare senso a ciò che si manifesta sullo schermo.

Allo stesso modo, affinché il terapeuta possa accogliere pienamente e decodificare i contenuti portati dal paziente — dai vissuti emotivi, alla sua storia evolutiva e sintomatologica, alle complesse dinamiche relazionali — è indispensabile che si compia quel “buio in sala”. Questo silenzio visivo e acustico si realizza mantenendo rigorosamente stabili gli elementi strutturali della cornice. Se tali elementi perdessero la loro regolarità e la stabilità del non-processo, cesserebbero di essere le costanti metodologiche su cui poggia il trattamento, trasformandosi in incognite che renderebbero più ardua la lettura del processo stesso e i movimenti del paziente in seduta.

Concretamente, questa “oscurità” protettiva e feconda si traduce nella definizione rigorosa di alcuni elementi strutturali della cornice:

– L’assetto ambientale del setting: Le coordinate spazio-temporali

La fissità del luogo e l’immutabilità della durata della seduta (di solito i classici 45-50 minuti) non rispondono a mere esigenze organizzative del terapeuta. Esse costituiscono la struttura portante del trattamento. Nella clinica psicoanalitica, come abbiamo visto, la costanza di spazio e tempo definisce il “non-processo”: uno sfondo muto e immobile che, per contrasto, rende visibili e interpretabili i movimenti psichici del paziente (il processo). Questa regolarità agisce come un ambiente di contenimento (holding environment) contro le angosce di frammentazione, offrendo l’esperienza di un oggetto terapeutico capace di sopravvivere agli agiti del paziente. Al contempo, il limite temporale invalicabile impone una frustrazione ottimale che argina le derive fusionali, spingendo la psiche a condensare, simbolizzare ed elaborare il proprio mondo interno in totale sicurezza. Il tempo della seduta diventa un tempo sacro, sottratto ai ritmi della quotidianità: un limite temporale invalicabile che permette l’esplorazione dei vissuti più profondi e senza tempo dell’inconscio.

– L’assetto metodologico: le regole ed il contratto

Sul piano metodologico, il setting comprende i codici procedurali, comunicativi e comportamentali della relazione di cura. Il setting è definito attraverso le regole che lo strutturano (es. natura asimmetrica della relazione, rispetto degli orari e della frequenza concordata, obbligo alla riservatezza, gestione dei pagamenti, ecc.), regole metodologiche che portano l’attenzione ad eventuali rotture o variazioni del setting (ritardi, agiti, silenzi, ecc.) non più sul piano delle semplici dimenticanze o offese, ma quale materiale clinico da comprendere. Strettamente legato al metodo è il valore del contratto economico. La puntualità e la regolarità del pagamento, unite alla gestione delle sedute mancate, rappresentano uno dei nodi più densi e significativi del setting. L’onorario non è semplicemente la remunerazione di una prestazione professionale, ma è l’elemento che sancisce realtà e dignità del lavoro terapeutico. Il denaro definisce la giusta distanza relazionale: delimita il confine tra un legame di dipendenza affettiva e un percorso di affrancamento e autonomia. Al contempo, la regola per cui il tempo concordato viene riconosciuto e protetto anche in caso di assenza del paziente tutela lo spazio terapeutico dalla manipolazione e introduce il principio di responsabilità.

– L’assetto mentale del terapeuta: la cornice interna

Il setting mentale è costituito dall’insieme di elementi interni riconducibili all’assetto mentale dello psicologo, allo spazio interno necessario per accogliere contenuti e trasformazioni, alla sua formazione personale e alle competenze, alla teoria di riferimento e alle prassi di intervento che orientano il suo operato, alla sua personalità. La consapevolezza del modello teorico di riferimento, esplicitato dentro di sé e nella propria pratica professionale, permette al terapeuta di agire rispettandone il rigore della cornice teorica, e al tempo stesso accogliendo consapevolmente quella flessibilità che permette di incontrare e rispettare i bisogni e la domanda portati da ciascun paziente o cliente. Nella psicoanalisi contemporanea (in particolare con gli sviluppi del pensiero di Wilfred Bion sul contenimento e di Thomas Ogden sul terzo analitico interrogativo), si evidenzia come il setting non sia solo una stanza fisica, ma un “assetto mentale”. È proprio l’attività psichica del terapeuta — la sua capacità di reverie, la sua attenzione fluttuante e la sua disciplina interna — a costituire la matrice fondante che permette al setting di esistere e di funzionare come contenitore sicuro.

Mantenere questa struttura richiede al terapeuta una rigorosa disciplina interna. Ogni micro-oscillazione del setting — un cambio d’orario improvviso, una variazione dell’onorario, una modifica nello spazio fisico — viene immediatamente intercettata dalla dinamica transferale. È proprio per questo che la stabilità della cornice è fondamentale: solo se lo sfondo rimane rigorosamente immobile, i movimenti, i conflitti e i progressi del paziente possono emergere con assoluta nitidezza ed essere elaborati in totale sicurezza.

Ma rigore del setting non significa rigidità. È necessario mantenere capacità di ascolto e flessibilità.

L’assoluta stabilità delle costanti spazio-temporali e metodologiche non deve tradursi in una rigidità dogmatica o in un formalismo asettico, che finirebbe per soffocare la spontaneità dell’incontro clinico. Se il setting diventa un’armatura rigida e inflessibile, si trasforma in uno strumento di controllo che difende il terapeuta anziché proteggere il paziente. La vera competenza clinica risiede nella capacità di coniugare il rigore della struttura con la necessaria duttilità terapeutica.

A questo proposito, lo psichiatra e psicoanalista Glen Gabbard (2004) propone un’efficace e celebre metafora, mutuata dal mondo dello sport: la cornice del trattamento non dovrebbe essere assimilata a un muro di mattoni, quanto piuttosto alle corde elastiche di un ring da pugilato. Le corde delimitano in modo inequivocabile lo spazio dell’incontro, impedendo ai contendenti di cadere fuori dal quadrato; eppure, sotto la spinta dei corpi e la pressione della dinamica del match, esse sanno flettersi, estendersi e rimodellarsi, per poi tornare elasticamente alla loro posizione originaria.  

Nel lavoro psicoterapeutico accade lo stesso. Vi sono momenti clinici in cui una parziale ed eccezionale flessione della cornice — come accogliere un pianto che si prolunga di pochi minuti oltre l’orario, o modulare la rigidità di una regola di fronte a una reale emergenza di vita del paziente — non costituisce una violazione metodologica, ma un atto di autentica sensibilità terapeutica.

Ogni volta che le “corde del ring” si flettono, il terapeuta non sta dimenticando la regola, ma sta deliberatamente adattando la struttura per accogliere un bisogno evolutivo profondo. La stabilità del setting non è un fine in sé, ma il mezzo che garantisce la sicurezza; proprio come la ringhiera che delimita un dirupo, la sua presenza serve a far sì che all’interno di quel confine si possa giocare, esplorare e pensare in totale libertà, ma in modo sicuro e protetto.

BIBLIOGRAFIA

  • Bion, W. R. (1962), Apprendere dall’esperienza. Roma: Astrolabio Ubaldini, 2019.
  • Bleger J. (1967), Psicoanalisi del setting psicoanalitico, in Genovese C., a cura di, Setting e processo psicoanalitico. Saggi sulla teoria della tecnica, Raffello Cortina Editore, Milano, 1988.
  • Etchegoyen, R.H. (1986). I fondamenti della tecnica psicoanalitica, Casa Editrice Astrolabio, 1990.
  • Gabbard G.O. (2004), Introduzione alla psicoterapia psicodinamica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005.
  • Gabbard G.O. (2017), Violazioni del setting. Seconda edizione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2017.
  • Grotstein, J. (2009). Il modello kleiniano-bioniano. Vol. I, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011.
  • Ogden, T. H. (1994), Il terzo analitico: Lavorando con fatti clinici intersoggettivi. The International Journal of Psychoanalysis, 75(1), 3-19.
  • Ogden, T. H. (2022), Prendere vita nella stanza d’analisi. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Pellizzari G. (2002), L’apprendista terapeuta, Bollati Boringhieri Editore, Torino.
  • Semi A.A. (1985), Tecnica del colloquio clinico, Raffaello Cortina Editore, Milano.